Paradigma olografico

Paradigma olografico

L'universo è un illusione
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La fisarmonica soffia di lontano aria malinconica di un tempo andato, incontro di persiane chiuse e porte di case abbandonate, imposte di vecchie case padronali sbattute già da anni contro pesanti dazi dettati ai fattori, terre sofferenti che hanno resistito alla mancanza di chi sfrutta.
Sporgono selvatiche le canne sulle rive bagnate dall’acqua dolce lungolago, buca, il vento che si insinua, il respiro del silenzio sopra i campi. I rovi incolti sui sentieri dei briganti offrono le loro dure spine alle mani come prezzo del buon gusto e cresce anche solo quell’albero di annurche, ma la vite e’ decaduta, senza cura, tra le linee verticali di un legno fine rinsecchito sotto il sole, stessa fine il melograno. Erbe secche, al posto delle balle di paglia arrotolate dopo ogni trebbiatura.
La fisarmonica soffia di lontano il ricordo di un passato rigoglioso e l’aria malandata di rovina su una terra che continua a vivere senza alcun bisogno di nessuno, solo più decisa nello scegliere chi vive, facendomi notare come si cancellano al vento le mie impronte e come si attacca invece alle scarpe tutto il fango della terra.

Quieta non movere et mota quietare
Oculi mei, ad portum ite ad quietem
Stare decisis.

Chiamo

Chiamare, chiamo. Chiamare chi-amo
chiamo la luce,
con la mia voce roca di avvinazzato
altero e rauco grido al notturno
bisogno, levare
il bicchiere al doppio di un sogno,
è mia casa, è parete
pare, te nella certezza di mano mia
mia, che stringe mano
ma no, solo cara all’affetto degli occhi
affetto da pathos chiamo, o chi chiamo,
chiamo, chi-amo, chiamo, chi-amo, chiamo.
Chiamo.

Al di là oltremare, oltremodo
oltre il suolo che insieme calpestiamo di rado
diradando ogni volta quei dubbi taglienti
che s’affacciano oltre la nostra grassa terra,
campo curato di frasi e concimato di semi
campo bagnato di lacrime e da noi posseduto
in un oltraggiante au-delà,
di là da venire, e verrà.

Sei euforbia ed elicrisio,
assenza da veleno e sole oro,
selvaggi ciuffi che spuntan dalla roccia
colore vivo, e profumo d’argalizia.

P: “Stasera ho tanta voglia di uscire. Tanta voglia di aria, Di fiume pure, che anche se ha un odore forte e’ pur sempre acqua.
Scorre. C’è un punto in cui trova le rocce, e proprio lì si vede che cammina più forte, che non sta fermo”
P: “Ti fa sentire in movimento ? Quando lo guardi?
P: “Sbatte.
E si incaglia. L’acqua si incaglia, poi si libera ai lati”
P: “Ti senti così?”
P: “Voglia di scorrere”
P: “Ti senti così, dentro?”
P: “Bisogno di sbattere”
P: “Sbattere contro chi? Contro cosa?”
P: “Contro qualunque cosa che sta ferma, come volesse impedire il movimento”
P: “Perché vuoi farti male o essere fermato?”
P: “Nessuna delle due. Solo per passarci sopra, e di lato, sprigionando forza, l’acqua non si fa male. L’acqua non la ferma nessuno”
P: ” Per fortuna”
P: “Non la si trattiene”
P: “Per scorrere”
P: “Libero di scorrere come l’acqua e non frenare ‘l agitazione’, senza dolore. Lo stato di moto non lo devi fermare”
P: “Come le cascate di oggi. O i ruscelli”
P: “Mi piace vedere bene il suo camminar, la forza con cui si muove. Se non ci fosse la roccia sembrerebbe fermo”.
P: “Acqua fresca”
P: “Acqua gelida”
P: “Buona sulle labbra calde per il sole”
P: “Buona sulla pelle sotto forma di gocce.
Immergere la mano nel moto dell acqua, metterla di taglio e sentirla filtrare tra le dita, con la mano che si sposta”
P: “Mi piace
P: “Piace anche a me.
Star fermo stasera imprigiona il mio stato di moto e così penso all’acqua del fiume , all’acqua del Tevere che scorre forte contro le rocce a sinistra del ponte”

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